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Caso Morosini, come gestisce gli infortuni gravi il rugby italiano

ore 12:37 Le immagini sono ancora fresche, agghiaccianti nella loro drammaticità. Il calciatore Piermario Morosini che si accascia a terra; i soccorsi in campo; l'ambulanza che porta via il giocatore per l'inutile trasporto in ospedale. Prima di Morosini il pallavolista Vigor Bovolenta e, se allarghiamo la prospettiva fuori dai nostri confini, la 27enne pallavolista venezuelana del Lokomotiv Baku Veronica Gomez deceduta anche lei sabato scorso. Nel rugby, infine, la vicenda di Luke Chapman, morto ad appena 16 anni nel corso di una partita tra rappresentative scolastiche in Inghilterra (leggi qui).
Ci siamo allora chiesti cosa faccia il rugby italiano per scongiurare casi simili. Quanto si fa in materia di primo soccorso? Ci ha risposto il presidente della Commissione medica federale Vincenzo Ieracitano, 58enne ex medico della Nazionale Maggiore e una vita a bordocampo ad assistere rugbisti. "Sicuramente si può sempre fare meglio ma siamo messi bene su questo fronte", le parole del medico.
"Per regolamento - ricorda Ieracitano - nel rugby italiano, in qualsiasi categoria, non inizia gara o concentramento se sul campo non è presente un medico. L'ambulanza non è obbligatoria, tuttavia è fortemente consigliata. Poi è ovvio che il medico designato dalla società abbia con sé attrezzature idonee nonché, alle spalle, una struttura adeguata alle spalle. Nei casi di necessità sarà dunque coadiuvato dal servizio 118 che si muoverà con mezzi idonei".
Questo per quanto concerne l'evento ma "circostanze come quelle di sabato possono verificarsi anche durante gli allenamenti, nei campetti di periferia. Per questa ragione, da qualche anno la Commissione medica si sta adoperando con una serie di interventi sui dirigenti dei settori giovanili. Non solo, tutti gli aspiranti allenatori che seguono corsi per tecnici dal primo livello in poi vengono formati sul primo soccorso. Così come i preparatori atletici e gli arbitri giacché costoro sono i primi a doversi rendere conto di ciò che sta succedendo. Nel nostro sport l'incidenza del cosiddetto trauma maggiore e della concussione è seria, quindi è essenziale avere una buona preparazione su ciò che bisogna fare ma soprattutto su ciò che non si deve fare".
E qui la memoria torna automaticamente a Pescara e al povero Morosini. "Lì, a fronte di un soccorso tempestivo si è scatenato quello che io chiamo 'caos generoso' nonché terrorismo mediatico. Non mi riferisco alle innumerevoli polemiche per la macchina dei vigili urbani, piuttosto alla gente accalcata attorno alla scena della rianimazione ma anche a qualche trasmissione tv dove si è parlato di tutto e di niente, il più delle volte senza ascoltare gli esperti".
Da sabato, inoltre, si parla tanto di questo benedetto defibrillatore. "E' importantissimo, certo, ma chi e come lo usa? Per questo sono fondamentali i nostri corsi. Ciò che possiamo notare oggi è che dall'Eccellenza in giù nei pressi del terreno di gioco è sempre più presente un'ambulanza attrezzata per la rianimazione cardio-polmonare. Molti club hanno poi iniziato a dotarsi a proprie spese di defibrillatori, collari cervicali e assi spinali. La strada è ancora lunga, ma quella imboccata è quella giusta".
Altro argomento caldo: le visite per l'idoneità medico-sportiva. "Il rugby appartiene a una fascia che prevede visita generica, poi spirometria, elettrocardiogramma di base e dopo sforzo (sotto sforzo dai 35 anni in su), esame del campo visivo, analisi delle urine ed esame audiometrico. Questo tipo di controllo è obbligatorio per i giocatori dai 12 ai 42 anni, tuttavia noi consigliamo anche ai bambini sotto i 12 anni di sottoporsi a visita agonistica perché, vista anche la scomparsa di momenti come la visita militare, lo screening pre-agonistico è rimasto l'unico baluardo per valutare ad esempio l'esistenza di malformazioni cardiache. Si può constatare anche l'eventuale consumo delle cosiddette 'droghe sociali', sostanze che possono comportare problemi di natura cardio-vascolare".
Fin qui sembra tutto sotto controllo. Ma cos'è che ancora non va? "Non mi piace che, approfittando del fatto di trovare un esperto in loco, le squadre in trasferta si presentino talvolta in campo senza un proprio medico. Alcuni non considerano che, con un piccolo sacrificio, tutti possono organizzarsi per un minimo supporto in favore dei propri ragazzi".

16 / 04 / 2012


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