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Christian Marchetti

da "AIR News" dell'11 luglio 2006

Chiariamo subito le cose: stiamo per parlarvi di campionati del mondo di calcio e soprattutto di relativi campioni in maglia azzurra. Lo faremo in maniera un po’ insolita, è vero, eppure quello rimarrà l’argomento. Detto ciò, a quei nove sciagurati rimasti a leggere precisiamo che stanno per sorbirsi una storia.
Inizia a L’Aquila, anno 1982 (e dai nove di prima siamo già a quota otto). Ebbene, 24 anni fa, un bimbo scopriva lo sport. Meglio, le uniche due discipline che un frugolo di 5 anni aquilano DEVE conoscere: il calcio ed il Rugby.
Del primo, il piccolo protagonista di questo racconto a dire la verità già sapeva qualcosa: ogni squadra aveva un portiere - con la “mise” differente da quella dei suoi compagni - ed il resto della squadra era obbligato a fare gol. Ma fu il secondo sport a colpire il nostro.
Se ne accorse una domenica pomeriggio, con la manina avvinghiata alla manona del papà, che con forza riuscì a trascinarlo allo stadio “Fattori”. In campo le squadre di L’Aquila e Padova, ma quale fosse l’una e quale l’altra per il bambino ancora oggi è mistero.
Il giovane babbo spiegò comunque alla propria giovanissima prole alcune differenze peculiari tra quel gioco “dove ci si può pure menare” ed il Pallone. Prima fra tutte, il numero di giocatori in campo. Poi, quello con la maglia numero 15 è l’estremo, che è come un portiere (negli anni ’80 forse lo era davvero) ma senza guanti e senza rete dove veder finire i palloni ed imprecare. Quelli più grossi e "buzziconi" – vedi? Quelli lì – fanno quella cosa strana che si chiama mischia e devono rubare la palla per quegli altri che corrono.
Nonostante quel giorno, per la prima volta, quel bimbo ebbe la fortuna di veder scendere in campo il più forte team di Rugby mai visto in Italia; nonostante i suoi occhi poterono restituirgli le immagini di una città in festa per una squadra di “gente che si menava” e tuttavia vincente; nonostante tutto ciò, il piccolo si chiese le ragioni per cui un vincente, per l'appunto, dovesse uscire dal campo coperto di fango ed incerottato anziché bello, biondo e, come un semidio, nemmeno lontanamente affaticato. Interrogativo che divenne più pressante allorquando, nel luglio di quello stesso anno, altri vennero proclamati vincitori. Erano i personaggi di quell’altro sport, i tizi dell’Italia, col portiere felice di far vedere a tutti la sua bellissima coppa d’oro; e lui sudato, non sporco. E allora tutti in piazza a festeggiare, come era successo per gli aquilani del Rugby; tutti ad abbracciarsi, ridere senza ragione e poi piangere, anche se nessuno s’era fatto male. A ricordare quel giorno, le figurine dei campioni del Mundial ’82: bellissimi ragazzi, lindi e pinti nella loro tutina bianca a striscioline blu. E nemmeno una macchiolina di fango.
Con la saccoccia piena di ventiquattro anni in più, ieri sera quel bimbo ha visto l’Italia esplodere. L’apocalisse che assume un nuovo significato: la fine di un mondo triste che lascia spazio ad un altro cosmo fatto di bandiere, urla di gioia e quel “po – poppopo – po – po – pooo” che ancora riecheggia dentro e fuori uno stadio che solo 70 anni fa ospitava gente con la svastica al braccio in occasione dei giochi olimpici della razza ariana.
Bisogna ammetterlo, quel bambino s’è commosso. D’altronde, se così non fosse, che bambino sarebbe? Ma vicino a lui ha visto altri bambini, commossi allo stesso modo. Perché non capita tutti i giorni di vedere un popolo intero, il proprio popolo, in festa. Ed assieme agli italiani tanti cittadini dell’Est europeo, asiatici, africani, con un tricolore in mano, a cantare a squarciagola quel cavolo di “po – poppopo – po – po – pooo”. Tre a zero per noi: e “noi” sta per mondo, mentre lo zero è dei signori della guerra.
Hanno vinto i calciatori italiani. Oltremodo ricchi, qualcuno forse con tanti scheletri nell’armadio, e di sicuro senza macchie di fango sulla divisa. Del Rugby sapranno sì e no che l’estremo somiglia ad un portiere (beh, magari negli anni ’80) e che si gioca in quindici. Sanno che “per contratto” gli spetta quantomeno una velina o un altro “bell’esemplare di femmena”, mentre per il rugbysta tutt’al più un calendario su cui posare e per cui essere (giustamente) preso in giro dai compagni di squadra negli spogliatoi. Insomma, i pallonisti hanno tantissimi difetti ma un unico grandissimo pregio: hanno vinto, e per un giorno cancellato qualsiasi differenza, barriera e ostilità. Tutti a gioire, da Trieste a Lampedusa.
La storia di quel “bimbo”, la storia di tantissimi “bimbi”, si chiude e contemporaneamente si apre qui. In una notte in cui, ammettiamolo, abbiamo vinto tutti. E poco importa se, per una volta, la divisa dei nostri eroi non era sporca di fango.


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