Il Rugby è nato per un ingiurioso sberleffo alla virtù pedetoria dei plebei
"Il Rugby è nato per un ingiurioso sberleffo alla virtù pedetoria dei plebei".
Lo
scriveva all'incirca un millennio fa Gianni Brera, di sicuro la più
grande firma sportiva che il nostro Paese abbia mai annoverato. Il
divin "Gioann" ci lasciava esattamente quattordici anni e quattro mesi
fa in un maledetto tratto di strada tra Codogno e Casalpusterlengo. Dal
2003 l'Arena Civica di Milano, guarda caso uno dei luoghi simbolo del
Rugby meneghino, è stata reintitolata a suo nome.
Dopo la
sua morte, tante cose sono cambiate nello sport italiano. Soprattutto
di recente: il quarto titolo mondiale conquistato dagli idoli
pallonari, discendenti di altri idoli che lui stesso riusciva a creare
con straordinaria maestria; e la nascita di nuovi miti, splendidi
interpreti dell'ingiurioso sberleffo sopra citato.
Cosa avrebbe scritto Brera a
proposito dell'eroico Italrugby? Quali nomignoli avrebbe inventato per i vari Troncon, Bergamasco, Robertson,...?
Le vittorie azzurre, raccontate da lui, avrebbero avuto qualcosa in più: l'epica di un malandrino Omero dei nostri tempi.
Regalino
finale: "I neozelandesi discendono da gente che vinceva le risse e
vendeva il suo corpo con tanto scandalo da farsi deportare. Per
sopravvivere nelle risse bisogna essere gagliardi e per vendersi con
successo bisogna essere belle; ma il calcio è gioco plebeo e quindi non
è mai attecchito fra i discendenti - peraltro bellissimi - dei
deportati d'un temps. Nel rugby hanno pochi eguali al mondo, ma il
rugby viene giocato da signori in Gran Bretagna, e dunque fa fine
giocarlo in Nuova Zelanda. Se si applicassero anche nella pedata, i
calciatori non sarebbero inferiori ai rugbisti". Tratto da "La
Repubblica" di domenica 12 giugno 1982. Autore Gioannbrerafucarlo.
20 aprile 2007