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Rebbi, una storia ovale

In questi giorni post Celtic è diventato, suo malgrado, una piccola celebrità. La scintilla nasce su Facebook: il proprietario di questo sito posta l'articolo sull'ammissione di due franchigie italiane nel torneo britannico e lui risponde con un eloquente "Bene, sono disoccupato".
La frase è di Federico Angeloni, trentenne terza linea avezzanese in forza alla Ferla L'Aquila. Dieci anni di massimo campionato (L'Aquila, Rovigo, Gran Parma, Viadana, prima della parentesi in Serie A con Colorno e del ritorno in Abruzzo) hanno cancellato il nome Federico per un più spartano "Muflò". "Muflone" dal vernacolo aquilano; altro che i "grillitalpa" che ronzano attorno a Raimondi & Munari...
Ebbene, quel "Sono disoccupato" trova la mattina seguente spazio sulla "Gazzetta dello Sport" poiché paradigma di uno dei periodi più neri vissuto dai rugbisti italiani. Futuro incerto per loro. Si parla di Super 12 ma di 0 prospettive con una crisi economica mai vista nel massimo campionato italiano.
Federico Angeloni non si è limitato a lamentarsi. Anzi, ha preso carta e penna e si è messo a scrivere. Per sfogarsi ma anche per condividere. Perché "Rebbi", il racconto che segue, è una storia ovale come tante: racchiude in sé tante storie di rugbisti, vite intere delimitate da due "H".
Buona lettura allora e in bocca al lupo a tutti i "Muflò" del rugby italiano.


Quando l'estate entri nella struttura in ferro coperta da un telo bianco di plastica ti sembra di essere in una fonderia: metallo e calore insopportabile sono la tua compagnia per quell'ora e mezza. Rotei le braccia mentre corricchi distrattamente, sbattendo sovente il piede su qualche attrezzo metallico; ogni giro che compi tiri un calcio contro quell'insopportabile pallone gigante color verdino, rosa o celeste. Hai deciso che per oggi sei già abbastanza caldo e cominci a lavorare tra la polvere che hai sollevato con i tuoi sciocchi piedi e maledici di essere così grosso e ingombrante. Leggi il programma e saluti il simpatico avventuriero che si è appena aggiunto alla tua compagnia. Ti appresti a sudare dalla parte che tu pensi sia più leggera: comunque la fisica ti è nemica e quello che tiri su cade sempre giù. A questo punto il tuo compagno di sventura ti dà la ferale notizia: "Ho saputo che..." e tu pensi, respirando affannato guardando il ridicolo orologio da muro made in Cina, comperato al mercato tra un chilo di pane e due etti di crudo, guardando con espressione tra lo stupito e la persona che ormai ne ha sentite troppe per crucciarsi: "Ma io non dovevo solo correre, cadere, rialzarmi e sollevare tonnellate di pesi?". Ora sai che dal mese prossimo un'ennesima terza linea farà parte della tua squadra. Un argentino, tale Rodriguez del Maracaibo: fortissimo, altissimo, simpaticissimo, praticamente già nei Pumas se non fosse stato per quella brutta storia… Da come lo descrivono dovrebbere arrivare in 2 tranches per quanto è grosso: testa, petto e gamba destra il 15; il resto per la fine del mese. Ora sai che a te toccherà lavorare il doppio: non solo perché l'allenatore, il nuovo attesissimo acquisto della tua società, lo adora anche se ha visto una VHS che vedeva in azione il padre nel '65 che pensa che il rebbi sia genetico, ma perché il DT ti comunicherà che dovrai anche allenare i ragazzini dell' Under 7 e portare il pulmino della femminile se non sei convocato con la prima squadra. A questo punto, dopo che tu e Flavio siete gli unici che si sono allenati il 14 di giugno nel paesino fantasma fatto di campo da rebbi, bar, pub e strada provinciale, sotto la doccia realizzi; la tua mente dopo avere lavorato per consigliare alle proprie braccia, gambe e petto che quelli poi non sono tanti chili da sollevare e che sicuramente Rodriguez li alzerebbe con il dito mignolo del piede quando ha l'unghia incarnita, realizzi. "Dunque sto cazzo de Lopez è arrivato, sono andati via Marco e Gianmario e siamo rimasti io, Marius e Paolo. Sicuramente se hanno preso sto tipo vogliamo fare un ottimo campionato quindi prenderanno altre due o tre terze linee". Pensi: "Bah, almeno me la gioco per la panca". Quando arrivi al campo il 20 di Luglio allenato come un levriero che non vede l'ora che le porte si aprano per prendere quella maledetta lepre di pezza realizzi: ci sono 8 stranieri (poco importa se al massimo ce ne possono essere 7 in campo, uno farà lo stuart in tribuna perché è piacevole vedere dal vivo 'sti bei ragazzoni con quell'aria così esotica in mezzo a gente che grida rigore quando l'ala avversaria raccoglie la palla in area di meta e annulla), 4 sono terze linee. Quest'anno mi toccherà portare quel maledetto pulmino tutte le domeniche!
Oramai, a 30 anni, di bugie, menzogne e falsità ne hai sentite tante, forse troppe. In cuor mio ho sempre sperato che a inizio stagione gli allenatori provassero almeno ad essere diversi. Non coerenti, non giusti, non intelligenti né tanto meno equi. Solo cambiare quella frase "Per me da oggi siete tutti titolari", e mentre il tecnico parla il suo volto è imperturbabile senza tic, non come in quei film in cui ti accorgi che il cattivo bluffa perché batte troppo gli occhi "Fatemi vedere chi è il migliore", dice l'allenatore ostentando aplomb. "A me sta la parte più difficile: scegliere". A questo punto ti viene in mente di cercare su Google le parole: "Corso Allenatori Rebbi Bugie Ben Dette" .
Egli ha già scelto.
Il primo giorno d'allenamento cinque stranieri mancano all'appello. L'unico arrivato è a un passo dalla morte. Dopo una settimana che ti spacchi letteralmente il culo, dividendo la tua giornata in Seduta A (mattina ore 9 in campo per Riscaldamento, Atletica, Rebbi, Video; ore 13 pranzo frugale, nanna per trenta, quaranta minuti e poi di nuovo ore 15.30) e Seduta B (riscaldamento, rebbi e riunione), al venerdì la squadra viene edotta circa la formazione: il morente straniero, giovedì, dopo una notte passata al pub, è così in forma da poter giocare titolare, al posto tuo, la prima amichevole dell'anno. Meravigliosa figura di merda quando l'allenatore tra i quindici titolari inserisce anche uno degli stranieri ancora a casa per quel maledetto visto che non arriva mai (ma arriverà il venerdì notte, così che, sabato alle 15 al tuo posto nello spogliatoio vedi un ragazzotto tutto muscoli e color testa di moro con addosso la tua maglia).
Torni a casa con addosso la tutina che hai comperato per recuperare in fretta sperando che questa sia la panacea di ogni male, lesione o affaticamento muscolare. Cammini verso la macchina con le tue infradito, i bermuda della squadra dell'anno scorso e la polo del Sud Africa regalo di un vecchio compagno di squadra a cui tu hai dato la t-shirt sbrindellata dell'Avezzano Rebbi. Ogni tanto quando indossi quella maglia pensi: "Chissà se ora a Johannesburg sanno dov'è la Marsica?!".
Arrivi al baretto dove la sera, prima di cena, qualche ragazzo della squadra si ferma per fare due chiacchiere. La barista di turno appena vede tutti 'sti maschioni con lo sguardo fisso sul suo sedere basso intona il sacro mantra, mentre allunga lo spritz a Lorenzo e guarda Flavio, "Mi regali una maglietta da rebbi?". "Siamo giocatori di rebbi, mica calciatori - le viene risposto - Ci lasciano una maglia l'anno" (per giunta talmente rosicchiata che la puoi soltanto tenere in un armadio). "Ma vi pagano?", incalza la signorina. "Quando se ne ricordano", la solita battuta seguita dagli immancabili pensieri attorno a mutui, moto da riparare, macchine da tagliandare e fidanzate a cui regalare qualcosa di più del "proprio cuore" (tanto basta il pensiero). "Ma voi fate soltanto questo?", insiste la cameriera. Flavio: "Bah, io onestamente mi sto guardando intorno, ho quasi trent'anni e sono laureando in Comunicazione"; Ludovico; "Anch'io studio"; Federico: "Io sono laureato in Biologia, ma spero di poter tirare avanti qualche annetto con il rebbi, per poi essere finalmente disoccupato". La ciliegina sulla torta è sempre stato il suo forte.

In foto: Federico Angeloni

15 / 03 / 2010





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