Solorugby.org, di Rugby, amore e altre sciocchezze...

Inizia ufficialmente l'avventura di Solorugby.org.
Rugby. Per coloro che ancora non lo conoscessero - e stanno diventando sempre meno - disciplina dura, un gioco che servirà sì, come diceva Oscar Wilde, a tenere trenta energumeni lontani dalla città ma anche per consumare la straordinaria rappresentazione della vita. Onore, rispetto, civiltà e ancora cuore, volontà, orgoglio: valori riscoperti in fangosi pomeriggi, trascorsi a sporcare la faccia ed a pulire l'anima.
Perché un blog sul Rugby? E chi lo sa. Forse perché l'amore per questo sport non può rimanere confinato nel quotidiano lavoro di redazione; forse perché di questa disciplina non si parla come si dovrebbe; forse perché l'intenzione di chi scrive è quella di trovare più amici possibili con cui discutere, apprezzare e perché no criticare le cose del Rugby.
Da giornalista aquilano, abituato a raccontare quanto accade nella pallaovale, soprattutto nella prospettiva di sacramenti in maglia neroverde - L'Aquila Rugby, avete presente? - non è certo un buon periodo per iniziare una simile avventura. Negli occhi ancora tornano come irritanti flash le righe del Giudice Sportivo della Federazione Italiana Rugby, riferite alla penalizzazione dell'Infinito L'Aquila, con l'accidente seguente della retrocessione in Serie A (per i neofiti: la massima serie nazionale è chiamata Super 10). Sempre davanti agli occhi altre righe: stavolta quelle del ricorso presentato appunto dall'Aquila Rugby, avverso la penalizzazione. E poi ancora quelle del Giudice Sportivo a respingere quel ricorso. Righe durissime, in cui si arriva persino a commentare l'operato dell'avvocato che ha redatto quella cavolo di difesa. Addirittura giudizi "tecnico - artistici" sulle tesi avverse alla decisione del Giudice Sportivo, in alcuni punti definite senza mezzi termini "giri di parole". Avrà sbagliato L'Aquila? Forse sì, ma perché tale "accanimento"?
Il Rugby (soprattutto italiano) cambia, è cambiato e cambierà. Questo non ne è che un segno. I miti costretti a lasciare il campo a strutture dominate dai libri contabili, oppure, più semplicemente, ad apparati professionistici checché se ne dica essenziali a continuare, in maniera proficua, a far crescere il movimento.
Già, il movimento cresce. E cambia anch’esso. Soprattutto nella pallonara e pallosa Italia dove, sportivamente parlando, non si campa se non si conoscono le ragioni delle paturnie di un Adriano oppure le motivazioni per cui il tale arbitro non ha assegnato un calcio di rigore. L'Italrugby si fa avanti con sempre maggior decisione: nell'ultimo Sei Nazioni ha ottenuto due successi essenziali ed ha ottime possibilità di centrare obiettivi importanti ai Mondiali di settembre in Francia. E cresce anche il livello del massimo campionato che, è vero, nelle ultime venti edizioni avrà anche avuto diciassette volte la stessa finalista scudetto (Benetton Treviso), eppure è sempre più "sfornacampioni". Si badi: per i tornei stranieri. Un esempio per tutti l'ultimo campionato inglese stravinto sabato dal Leicester. Ma se i campioni servono poi a vincere a livello internazionale – che dire? – ben vengano.
Il Rugby cambia, è cambiato e cambierà. Non ci piove. E questo sito, se voi siete d'accordo, ve ne parlerà, sicuro che non annoierà mai nessuno. Anche perché, da che mondo è mondo, il Rugby non ha mai annoiato nessuno. Forse perché somiglia tanto a quella strana cosa chiamata vita.
Christian Marchetti
foto: Fabio Andreassi - AIR
14 maggio 2007